Approfondimento

 

Premessa

La psicologia è tra le scienze conoscitive più importanti per rendere efficace l'accoglienza familiare1. Userò la psicologia come l'elemento scientifico paradigmatico nella pratica dell'accoglienza. L'altro componente di base che prenderò in considerazione sarà l'etica soprattutto nei confini tra oggettivo e soggettivo e tra individuale e collettivo.

Come genitori dovremo fare un uso accorto delle conoscenze psicologiche per evitare di cadere nella superficialità e essere indotti in errori grossolani di comportamento e di deduzione. L'imperativo è che devono essere gli psicologi ad occuparsi della professione, ma ogni cittadino che ha studiato può discutere di psicologia, così come solo al medico è lasciata la professione medica, ma ogni cittadino può discutere di salute.

Questo significa che deve esistere un confine tra il sapere e il fare: mentre il sapere è alla portata di tutti quelli che vogliono studiare, la professione è appannaggio solo di chi è autorizzato ad esercitarla. Pertanto, come cittadino mi arrogo il diritto alla conoscenza, alla dialettica sul sapere, alla critica esercitata e subita, ma non quello dell'esercizio professionale. Questo è un confine che bisogna tenere presente con grande forza e non cadere in un comportamento frequente nel talk show televisivi dove tutto viene mescolato a discapito del valore del ruolo e della conseguente responsabilità.

Secondo le maggiori scuole di pensiero, scienza (questioni di fatto) ed etica (questioni di valore) sono due mondi distinti, ma non separati. Nel lavoro professionale dello psicologo le due componenti scientifica ed etica si intrecciano costantemente, così come si intrecciano nella famiglia accogliente. Tuttavia, mentre la differenza di conoscenza tra psicologi e famiglie accoglienti è quantitativa, la differenza etica è differente per qualità. Infatti, mentre la famiglia accogliente si basa sull'etica volontaristica, quella dello psicologo si basa sull'etica professionale. Non sempre questi due mondi interpretativi collimano e quindi non sempre famiglie accoglienti e psicologi, pur avendo i medesimi onorevoli propositi, riescono ad armonizzare reciprocamente il loro agire comune.

Primo strumento. Fare buon uso della psicologia

La psicologia, come ogni scienza, si basa su teorie dimostrate e su meccanismi mentali provati che cercano di spiegare il comportamento individuale e collettivo. Come tutte le scienze la psicologia si basa su modelli teorici sui quali si inserisce la pratica professionale deduttiva ed esperienziale. Tuttavia ciò che sottende a questi comportamenti non sono tanto le conoscenze di etica e di scienza, quanto la permeazione dello stereotipo (psicologo o medico o altro) che diviene artefice del contesto in cui vive sulla base di presupposti teorici fondanti. Su questo tema la letteratura è ricca e qui non cercherò certo di farne una profonda disamina, ma è necessario comprendere quanto scienza ed etica siano connessi nell'accoglienza familiare e quanto sia lecito aspettarsi, oltre a quanto sia lecito dare al minore accolto nella dicotomia tipica occidentale tra conoscenza oggettiva e etica soggettiva2.

Secondo strumento. Fare buon uso degli psicologi

Avendo parlato di psicologia parrebbe superfluo parlare degli psicologi, ma come si sa bisogna anche tenere conto della componente umana nell'applicazione della scienza, e qui la medicina insegna. La scientificità della psicanalisi è stata più volte messa in dubbio, ma soprattutto è stato messo in dubbio il comportamento degli psicologi. Più che in altre scienze vi è molta distanza tra assunti conoscitivi della psicologia e comportamenti coerenti degli psicologi. Non è una critica, ma semplicemente uno stato di fatto dovuto intrinsecamente alla natura della disciplina e alla natura umana degli psicologi3. Già in passato si è verificato che ad ogni maestro che tracciava una via di possibilità esplorative seguivano allievi che ne estremizzavano i contenuti al valore di panacea per tutti i problemi umani dando alla teoria una interpretazione del tutto personale portando l'assunto teorico a piegature che non erano previste nell'assunto originario. Soprattutto in alcune fasi del novecento si è considerata la psicanalisi come il rimedio e la spiegazione di ogni comportamento umano e la corsa verso la spiegazione ha spesso fatto perdere il senso del limite, ovvero della zona dove bisogna dire non lo so. Tra i ricercatori, di qualsiasi disciplina, questo senso del limite non è sempre presente.

Nel campo dell'educazione prima dell'avvento di Piaget la psicanalisi tentò diversi approcci metodologici, tutti infruttuosi, che culminarono da parte dei più illuminati con la constatazione che la migliore scelta era l'applicazione del buon senso. Poteva in effetti apparire come una sconfitta della scienza rispetto alle consuetudini e alle tradizioni familiari, ma in effetti non era così in quanto la differenza era costituita dalla applicazione della conoscenza attraverso il buon senso scientifico. Con l'avvento di Piaget e poi di Kohlberg, Carey, di Gilligan e di Straughan e Wilson4 si fece strada un concetto meno rigido. La comunità scientifica si orientava su una concezione della scienza in generale, e della psicologia in particolare, fondata sul confronto pubblico tra risultati di ricerche replicabili ed esposte a critiche e revisioni. Una concezione che esclude sia la riservatezza sui percorsi della ricerca, sia la manipolazione o l'occultamento di risultati non coerenti con le ipotesi, sia infine la scomunica dei non osservanti il protocollo scientifico. Il concetto di valutazione degli esiti diveniva importante e la verità poteva essere solo condivisa, il resto erano devianze rispetto al criterio etico e scientifico, ovvero chi esercita la professione professione fuori da questi criteri è bandito dalla comunità scientifica.

In Italia questi presupposti sono stati adottati con larga considerazione, ma essendo terra di diritti e di rovesci questi criteri scientifici sono stati colti dagli ordini professionali come regolamento interno a garanzia del pubblico (e questo è bene), ma poi applicati solo e raramente per gravi casi di devianza, ovvero quasi mai (e questo è male). Questo significa che gli Ordini professionali agiscono più da labile controllore condannando solo i casi di grave e reiterata inadempienza, lasciando correre sulle piccole derive personalistiche5.

Dopo questa esposizione di come lo psicologo può interpretare il suo ruolo, vediamo quale dovrebbe essere la visione dei genitori e l'uso che dovrebbero fare dello psicologo. Le regole da seguire (sempre portandosi appresso il buon senso) sono quelle impiegate da Clare Britton6 (assistente sociale) nei confronti di Donald Winnicott (psichiatra e psicanalista): non chiedere allo psicologo cosa fare nella quotidianità, ma agire rispondendo alle richieste, poi chiedere riscontri e fare una valutazione su quanto fatto ed infine rimodulare le risposte già fornite sulla base della valutazione complessiva. Lo psicologo va interrogato preliminarmente sui grandi temi, sulle visioni generali e deve dare risposte che siano a ventaglio in modo che il genitore possa scegliere cosa è più opportuno per la situazione specifica.

Questa visione non ridimensiona la figura dello psicologo, ma la ricolloca per le sue competenze specifiche. Bisogna ricordare che gli incontri con lo psicologo non sono incontri psicoanalitici, i genitori non sono pazienti in terapia, ma altri “operatori” con un ruolo ben preciso che lo psicologo non sa o non può svolgere (lo psicologo è padre o madre a casa sua: la professione si deve esercitare con senso del luogo, del tempo e del ruolo)7. In questo modo lo psicologo rimane arbitro del disegno progettuale e delle modifiche in opera che è necessario apportate, ma non diviene operatore decisionale diretto dell'azione del genitore salvaguardando il suo ruolo e la sua funzione sia agli occhi del bambino sia agli occhi della madre. Con questo approccio è il genitore che governa l'elemento decisionale (questo è corretto perché siamo in un campo fisiologico e non patologico, dove invece la dipendenza dallo psicologo è legittima perché è a lui che diamo la delega alla nostra salute) e usa lo psicologo come consigliere particolare calando i suoi saperi nelle sue competenze genitoriali.

Terzo strumento. Fare buon uso degli assistenti sociali

Il ruolo professionale dell'assistente sociale nelle esperienze di accoglienza è fondamentale. È un ruolo classicamente di servizio e di cura che permette l'assolvimento delle determinanti gestionali sia delle famiglie che del minore accolto. Bisogna bandire da queste competenze qualsiasi leggerezza e comprenderne la natura fondamentale.

Il processo assistenziale rivolto a famiglie accoglienti, naturali e al minore è un procedimento di analisi che mira ad identificare i bisogni e i vissuti prima, durante e dopo l'accoglienza. Essi spaziano da quelli materiali a quelli del benessere psicosociale. Questa attività richiede di essere situata nel tempo e nello spazio. Ha luogo nell'incontro tra le parti e si colloca all'incrocio di un sistema di scambio che ha origine da fonti differenti e complementari e che si propone di determinare la natura e la ragione delle cure da prodigare, oltre ai mezzi necessari ad assicurarle.

La professione di assistente sociale è gravata da grandi responsabilità che spesso non sono riconosciute8. È un ruolo di snodo a cui tutti gli attori dell'accoglienza fanno riferimento, senza, spesso, considerare e dare importanza all'opera svolta. Si dimentica, infatti, che il ruolo assistenziale è una costruzione specifica ed originale per ciascuna situazione che si elabora tra assistente e assistito a partire da elementi caratteristici della situazione stessa.

La prima qualità dell'assistente sociale è costituita dalla sua capacità di ricollocarsi e imparare a sapere chi è l'altro che ha di fronte, per definirlo, conoscerlo a partire dai diversi status: genitore, figlio, povero, ricco. Questa capacità parte da aspetti distintivi e non di merito: parte da un'analisi della cultura dell'altro, dai ruoli sociali che derivano dal suo status. Questo tipo di analisi presuppone una attenta capacità di raccolta di notizie anamnestiche.

Il lavoro dell'assistente sociale deve essere costruito su tre modalità operative:

1. Attraverso la crescita personale mediante la quale si sviluppano le vere competenze e non l'applicazione di quelle studiate sui libri;
2. Attraverso la cura di sé mediante la quale si determina il rispetto che l'altro ha verso chi gli sta di fronte;
3. Attivarsi per dare agli altri in relazione alle possibilità e con giustizia per non lasciarli soli, ma anche per stimolarli alla loro crescita9.

Gli assistenti sociali dunque operano in un ambito pieno di fascino, ma anche pieno di insidie: l'onnipotenza di decidere per gli altri senza dipendere da nessuno; le lamentele di tutti contro il suo operato; la dipendenza da altri operatori (medici e psicologi, soprattutto) che non riconoscono l'autonomia del ruolo dell'assistente sociale; il disconoscimento della delicatezza del proprio lavoro da parte di politici e manager a cui si deve riferire amministrativamente; la frequente condizione di operare in solitudine specie in piccoli comuni; la presunzione di poter svolgere compiti anche non del proprio ruolo (fare lo psicologo o fare il decisore di destini altrui)10.

Sono note le difficoltà che gli assistenti sociali, ad esempio, hanno nel porsi in relazione professionale con psicologi e con amministratori che tendono a confinali ad una competenza meramente tecnica mentre dimenticano che gli assistenti sociali sono la prima frontiera del servizio sociale per quel territorio.

Senza alcun dubbio è una professione affascinante, ma anche difficile, molto difficile: estenuante, sempre sotto pressione, sempre alla rincorsa di situazioni assai diverse, sempre in bilico tra fare bene e male, sempre nella consapevolezza che se le cose non vanno a buon fine si finisce con lo scaricare le colpe su di loro (questo vale per famiglie naturali, famiglie accoglienti, psicologi, neuropsichiatri infantili ecc.).

Il nodo cruciale è che l'assistente sociale deve agire sull'insieme, mentre ogni altra professionalità ha la competenza di un pezzetto dell'insieme. Se vogliamo che il nostro approccio con l'assistente sociale sia costruttivo dobbiamo porci nelle condizioni più favorevoli per un lavoro basato sulla fiducia e la stima reciproca basandoci sulla base di poche regole.

La relazione tra assistente sociale e famiglia accogliente è giocata sulla identità e la convivenza: mai l'una senza l'altra; né inclusione, né esclusione forzata. L'egocentrismo deve essere evitato: la famiglia accogliente non è un esempio sacro di vivere e l'assistente sociale non è né un confessore né un distributore dei medaglie. Non permettersi mai di dare giudizi morali o comunque ideologici su altre famiglie: non ne abbiamo diritto.

Concludendo si deve agire verso la garanzia del mantenimento dell'identità del ruolo e della pari dignità, azioni che devono integrarsi. Questo richiede non solo regole, ma rispetto reciproco.

Quarto strumento. Fare buon uso della psicometria

Il giudizio psicologico-clinico è influenzato, oltre che da individuali nozioni mediche/psicologiche, anche dall'efficienza cognitiva dello specialista, oltre che da fattori prettamente individuali quali le inclinazioni scientifiche, la stanchezza, la distrazione ecc.11. Negli ultimi trent'anni si è assistito ad un dibattito acceso che ha portato alla affermazione pratica di molti criteri diagnostici riducendo nella sostanza il fattore di imponderabilità12.

Questa disciplina valuta gli aspetti elementari o complessi dell'attività psichica, del comportamento, della personalità, attraverso la costruzione, l'applicazione e la verifica dei test psicologici13. Queste valutazioni richiedono precise analisi di validità, di accuratezza, di sensibilità, di specificità. L'intenso lavoro scientifico ha portato a studi di psicometria raffinati. Il test più noto di psicometria è il QI, o test del quoziente di intelligenza, la cui accuratezza è oggi sottoposta a indagine statistica sulla base della distribuzione gaussiana14.

La classificazione degli strumenti psicometrici comprende diversi criteri da individuali a collettivi, da quelli basati sulla metodica di somministrazione a quelli basati sul contenuto, da quelli che studiano le funzioni (es. test di efficienza cognitiva) o di sviluppo mentale a quelli per valutare la personalità ed infine quelli che sono basati sulla valutazione di aspetti clinici e psicosociali. Un insieme complesso di cui i test più usati sono quelli di efficienza cognitiva, i test proiettivi e di personalità, le scale di valutazione. Tuttavia si deve ricordare che vi sono test “culture fair” che misurano le capacità intellettive, indipendentemente dalle influenze ambientali e sociali; sono test collettivi che permettono facilmente di individuare le persone ipodotate in un gruppo in esame15.

A questo punto si comprende quanto queste analisi siano complesse e, sebbene le ricerche divengano sempre più approfondite, quante siano in effetti le varianti da considerare. Lasciamo quindi queste considerazioni agli specialisti, e consideriamo quanto questi dati possano essere utili nelle mani di una equipe psicosociale nell'orientare le azioni di una famiglia accogliente nel momento in cui inizia ad occuparsi del bambino. Infatti, non conoscendo nulla del bambino e del suo vissuto, nonché delle stratificazioni che in lui si sono formate con un'altra famiglia, queste costituiscono, seppure in modo indicativo, l'unico “passato” sul quale possiamo scientificamente contare nell'opera di genitori aggiunti, temporanei o definitivi.

Non solo, è anche necessario considerare altre variabili proprie del bambino e della famiglia accogliente. Tra bambino e famiglia si verifica una doppia azione di osservazione e di rimodellamento reciproco dalle quali non si può sfuggire se vogliamo svolgere proficuamente il nostro compito. Per questo è opportuno avere una conoscenza anche delle principali variabili psicometriche e del loro significato accettando anche di buon grado di essere sottoposti a test, a valutazioni almeno quanto siamo disponibili a fare gli esami del sangue per valutare il nostro grado di salute.

Normalmente l'attenzione dei servizi sociali è fortemente indirizzata ai bambini, ma è necessario avere una capacità di osservazione più ampia che si rivolga alla famiglia di origine (ma questo in gran parte viene fatto dato che è necessario motivare le ragioni dell'allontanamento) e anche verso la famiglia accogliente. Questa può essere sottoposta a valutazione all'inizio del percorso, ma poi di solito non si svolgono step di valutazione sul cambiamento che la famiglia accogliente subisce durante il periodo dell'accoglienza. Di solito si procede con una “valutazione di idoneità” iniziale e conseguentemente con una patente senza verifica successiva dei mutamenti che si verificano e quindi in assenza di una valutazione psicometrica che possa essere prodromica e preventiva di malessere e di incompatibilità.

Quinto strumento. Fare buon uso della comunicazione visuale

Recentemente alle forme di comunicazione classiche (parola e testo) si sono aggiunte quelle audio-visive che con la televisione hanno portato l'utente ad una passività immaginifica (durante un film noi veniamo proiettati entro la scena, ma a causa della impossibilità di interagire, noi siamo passivi, assistiamo ma non modifichiamo il destino della storia)16. Oggi in molti video game possiamo essere arbitri della storia che quindi ci pervade. Non solo, possiamo anche modificare gli esiti delle storie (o così almeno pensiamo) durante un talk show poiché sulla base dei nostri voti possiamo modificare la storia raccontata e far prendere pieghe non preventivate a priori. Abbiamo persino superato il limite biologico della morte poiché in molti serial il protagonista muore, ma può successivamente essere "resuscitato" svincolandoci dai limiti propri delle situazioni biologiche.

Se con Verne potevamo immaginare il futuro, oggi non ce lo fanno più immaginare: lo servono già preconfezionato! In questa abbondanza di manifestazioni di aperture fantastiche tende a venire meno la reale capacità autonoma di fantasia che è propria del bambino e con la crescita la nostra società gli fornisce non strumenti per immaginare, ma visioni già confezionate nella logica del "tutto subito" e "dell'usa e getta". Focalizzare il visuale della comunicazione vuol dire, oggi sempre più, concentrare il potere e il conflitto, la tradizione e il mutamento, la sperimentazione e l'assuefazione, il globale e il locale, l'omologato e il sincretico17. Parafrasando Winkin18 diremo che la comunicazione è un sistema a canali multipli nei quali il bambino sociale partecipa ad ogni istante, che lo voglia o no: con i suoi gesti, il suo sguardo, il suo silenzio, persino la sua assenza.

Fatte queste premesse sulla comunicazione dovremo considerare anche l'aspetto antropologico che si configura su due livelli: il primo riguarda le tecniche per realizzare la comunicazione visiva (e questo ci interessa poco) e il secondo che riguarda l'analisi culturale sui prodotti della comunicazione visuale nella loro totalità, per ricercare i valori, gli stili di vita, le innovazioni dei codici da essi veicolati, per elaborare modelli simbolici e formali. Quest'ultimo livello ci interessa molto soprattutto per le implicazioni formative che si hanno nella costruzione della personalità. Per esprimerci in termini più pratici diremo che l'uso del telefonino con tutte le sue espansioni di comunicazione audio-video ci rende assolutamente permeati dal mezzo che esalta le nostre capacità rimbalzandone le possibilità di uso in senso anonimo ai limiti della correttezza, della legalità e della decenza. Il telefonino rimane uno strumento, ma le molteplicità di usi ne fanno una espansione della nostra personalità spesso da tenere occulta essendo una espansione della comunicazione verso non solo l'esterno sconosciuto, ma anche verso l'interno del privato nascosto.

Diremo, dunque, che sul piano psicologico l'utilizzo della comunicazione audio/visuale permette un'altra scala del rapporto tra io e non io che da adulti viviamo come espansione (si spera legittima, ma comunque sotto una responsabilità adulta) e il bambino vive come una entità potente prima ancora che abbia imparato a conoscerne le regole interiori che ne permettano un uso corretto e soprattutto costruttivo. È così che il telefonino, un ammasso di tecnologia in pochi grammi, diviene espansione della propria personalità (i-phone, i-pod e i-pad sono icone dello status symbol giovanile, e non solo...) prima ancora che la personalità sia matura. Così avviene anche con il mezzo televisivo e così avviene con ogni altro mezzo di comunicazione audio-video proiettato verso una iperbole di cui non si vede la fine.

È un mondo di adulti che non prevede i bambini (a meno che non siano mercificati) e non prevede i vecchi (se non per la quota di oggetti che possono essere loro venduti) divenendo loro stessi simbolicamente soggetto-oggetto di mercificazione (si pensi alla pubblicità che esalta le qualità di un adesivo per dentiere proiettando l'anziano in un audace quanto falso gioco seduttivo). Come ha sottolineato già tempo fa Marazzi19, l'entrata della comunicazione nella sfera della produzione di cose o di stereotipi professionali è l'origine vera e propria della svolta epocale che caratterizza il presente. Per il bambino immerso com'è in un immenso scenario comunicativo visuale, l'uso della comunicazione visuale è sempre tanto costitutiva e privilegiata da rendere i genitori non sempre al passo coi tempi essendo essi o costruiti su altri scenari o inadeguati a mantenere una connessione con il figlio che procede con riferimenti che non percepiscono.

Sesto strumento. Fare buon uso dei segnali inconsci

Ogni bambino scarabocchia e ogni disegno è espressione di discorsi interiori ma anche eloquenti che egli fa soprattutto a mamma e papà. Lo scarabocchio è dunque il sistema mediante il quale il bambino dialoga con gli adulti. Neuropsichiatri e psicologi utilizzano il disegno dei bambini come mezzo per indagare i disturbi della crescita20. Pur lasciando agli specialisti l'indagine grafologica dei disegni dei bambini, è bene che i genitori abbiano un qualche rudimento di questa scienza per percepire quando è il caso di rivolgersi ad uno specialista. Sull'argomento sono presenti in libreria e in internet molti buoni esempi soprattutto di facile lettura ed adatti sia ad una visione di comprensione generale sia di analisi specialistiche. Pertanto, qui si riporteranno solo brevi indicazioni suddividendole per argomento e riportando le fonti più utili per una ulteriore consultazione. Rimane solo una forte raccomandazione. Come per altri strumenti dell'analisi psicologica il disegno infantile deve essere usato con molta umiltà dagli psicologi, ma soprattutto dai genitori: troppo spesso si vogliono trarre conclusioni senza usare la conoscenza necessaria e si rischia così di banalizzare uno strumento che esige approfondite analisi21.

Saper leggere i disegni dei bambini aiuta a capire il loro carattere, il loro stato emotivo, i loro problemi. È fondamentale per un genitore sapere se il proprio figlio è sereno o attraversa un periodo di crisi. Il disegno può aiutare a “leggere” dietro la facciata, scoprire e decifrare alcuni aspetti psicologici.

L’evoluzione del gesto grafico nei primi cinque anni di vita del bambino parte dal presupposto che tracciati, diagrammi, combinazioni, aggregati, immagini rispecchiano una progressione logico-cronologica in cui ogni fase è la combinazione di nuovi segni e avvenute conquiste. Il disegno infantile è un vero e proprio strumento di comunicazione, in cui ricercare le tracce di abusi o di malesseri psicologici. Il disegno, in alcuni casi, rappresenta per i bambini l’unica forma di comunicazione possibile da cui l’esperto possa ricavare informazioni sulla sfera della loro emotività.

Settimo strumento. Fare buon uso dell'educazione ai sentimenti

Il processo quotidiano di costruzione sociale della realtà produce sentimenti, emozioni: sono sociali in quanto sostenute incessantemente sia da processi di gruppo, sia perché nascono e si sviluppano nelle relazioni. I sentimenti, le emozioni e le loro espressioni non sono un fatto riferibile solo all'individuo, ma sono frutto della cultura, dell'esperienza e delle forme di conoscenza di una comunità storica. Le emozioni, i sentimenti, quindi, non solo sono ascrivibili al mondo delle rappresentazioni sociali, ma danno vita e mantengono in vita le relazioni sociali22.

I sentimenti sono espressione di “culture emozionali” e come tali hanno tempi lunghi per esprimersi in modalità percepite collettivamente proprio perché sono parte integrante della costruzione sociale della realtà. I sentimenti e le modalità della loro percezione sono determinanti fondanti della personalità e dell'appartenere ad una etnia culturale, molto più che l'essere di una o di un'altra nazionalità. Il modo di sentire i sentimenti e le emozioni sono tanto radicate negli individui e nella comunità di origine da mutare assai più lentamente delle espressioni ideologiche e politiche23. D'altra parte se oggi abbiamo avuto modo di vivere accanto ad una donna dell'Est pur con tutta l'armonia possibile e la reciproca accettazione ed accoglienza, ne verificheremo le differenze di espressione dei sentimenti e di come provano le emozioni rispetto a noi. Oppure anche alle difficoltà che possono nascere tra partner di etnia differente nella loro unione: evidenze che sono certe, che talora sono fonte di problematicità, ma se accolte nella profondità, sono espressioni di valore reciproco nella diversità, ed in questo caso di arricchimento personale e sociale basato su processi interazionali e dal continuo bricolage che muove il costituirsi di quelle regole emozionali (feeling rules) che danno forma, legittimazione a un’emozione piuttosto che a un’altra.

L’educazione sentimentale si realizza per vie spesso tortuose, imprevedibili e spesso non sempre intenzionali: procede per scarti con una inter-soggettività che non si lascia sempre guidare. Concludendo, per “educazione sentimentale” si deve intendere qualcosa di diverso e di più della formazione di valori, di modelli di comportamento e di stili di vita. Quindi ogni cultura emozionale fa proprie, produce e consente specifiche emozioni, mentre ne bandisce altre: il bambino accolto, ma a maggior ragione l'adulto, portano con sé questo bagaglio che è necessario rispettare, che è necessario nei limiti del possibile custodire, soprattutto all'inizio. Sarà il tempo che determinerà i mutamenti lentamente, senza che questi siano imposti ma per diretta e quotidiana osservazione e comportamento reciproco di travaso sincretico, di incontro di culture, di incrocio di affettività.

Lo studio dell'individuo accolto e del suo retroterra culturale è un passo importante per la famiglia accogliente. Beninteso non deve essere l'essenza dell'agire anche perché la base è la spinta altruistica e l'umiltà dell'accogliere comunque senza scala di valori. È nel riconoscere l'altro che si mettono a valore concretamente tutte le attività di relazione reciproche e per fare questo è necessario il tempo. Questa spinta, diciamo empatica, è di rilevante importanza, ma come sempre deve anche essere basata sulla conoscenza, altrimenti si compiono errori di ignoranza, pur con i migliori propositi.

Ottavo strumento. Fare buon uso dell'educazione al pensiero

Il forte impulso degli studi sul pensiero laterale o pensiero divergente ha inizio negli anni '50, dove accanto al pensiero convergente (o verticale, o logico-deduttivo), si individua un pensiero divergente (o laterale) meno vincolato a schemi rigidi ed in grado di produrre molteplici alternative24. Con gli studi prima di Guilford e poi di De Bono25 questi concetti prendono forma concreta collegando lo sviluppo del pensiero laterale con la creatività.

Per generare nuove risposte bisogna ricorrere al pensiero laterale, tipico di quando ci si allontana dal noto, dall'atteso, da sentieri battuti. “Con il pensiero verticale, afferma De Bono, l'individuo si muove solo se c’è una direzione in cui muoversi; con il pensiero laterale si muove per creare una direzione”. Riassumendo quattro sono i fattori che descrivono il pensiero laterale caratteristico della creatività: la fluidità, ovvero la capacità dimostrata da un soggetto di fornire il maggior numero possibile di risposte ad una domanda data; la flessibilità, ovvero, il numero di categorie concettuali alle quali le risposte del soggetto possono essere ricondotte; l'originalità, ovvero la facoltà di esprimere idee nuove e realmente innovative; l'elaborazione, ovvero l'abilità del soggetto di dare una veste concreta ed operativa alle proprie idee. Quanto più questi fattori sono presenti nell'individuo, tanto più egli potrà sperimentare la capacità creativa che gli appartiene.

In termini pratici la creatività viene definita con: l'essere se stessi al mondo; la capacità di esprimere un pensiero originale; la capacità di vedere nuovi rapporti, di produrre idee e intuizioni insolite che aprono nuovi orizzonti. La concomitante scoperta che il cervello è diviso in due emisferi funzionali di cui l’emisfero sinistro (detto pratico-scientifico) governa le funzioni che regolano l’analisi, il ragionamento, la linearità, la progressività ecc., in pratica le funzioni razionali, mentre l’emisfero destro (detto magico-artistico) presidia le funzioni di sintesi, l’intuizione, la sensazione, le immagini, la globalità, l’istantaneità.

L’educazione, soprattutto nelle culture occidentali, spinge a sviluppare maggiormente le funzioni dell’emisfero sinistro, mettendo in secondo piano i processi d’immaginazione dell’emisfero destro. L’emisfero destro-magico coglie la realtà come una “arborescenza”: vale a dire che intorno, per esempio, ad una parola convergono associazioni di altre parole, altre immagini.

I blocchi alla creatività possono essere principalmente suddivisi in tre categorie e diverse sotto-categorie. In sostanza, questi blocchi rafforzano la rigidità degli schemi di riferimento. A molte persone la realtà appare fatale, non modificabile, non interessante o stimolante; è l’affermazione di bontà dell’esistente, dello status quo, l’accettazione passiva della frustrazione. Lavorare sui propri blocchi permette ad ogni persona di far fluire la propria creatività aprendosi in modo nuovo all’esperienza cercando di togliere le proprie rigidità precostituite.

Le tecniche della creatività per gli adulti prevedono strumenti specifici quali quelle attuate in sedute di gruppo condotte da un animatore con lo scopo di produrre delle idee, relative ad un dato problema, situazione o fenomeno che si desidera risolvere, mutare o trasformare. Queste tecniche non sono sempre utilizzabili con i bambini anche perché spesso il bambino ha un pensiero laterale molto più sviluppato dell'adulto ed è capace di trovare soluzioni creative più rapidamente dall'adulto. Il bambino infatti ha ancora una debole strutturazione logica e tende a trovare la soluzione al problema pratico con la fantasia creativa, mentre tende a trovare una soluzione al problema psicologico con comportamenti dapprima di sopravvivenza e poi di rottura emotiva sottolineata da segni estremi (ricerca di protezione, isolamento, iperattività ecc.).

Nono strumento. Fare buon uso della meta-formazione familiare

Per meta-formazione si intendono tutte quelle situazioni che permettono la crescita dell'individuo e della comunità nell'agire sociale non diretto di istruzione, ma indiretto di conoscenza, capacità di agire, capacità di educare agli affetti: tutte componenti essenziali nella costruzione formativa di un individuo.

La meta-formazione ha le sue basi entro la cultura familiare così come tanti aspetti di partenza della costruzione delle caratteristiche individuali e sociali di una persona. L'intraprendenza deve essere analizzata in prospettiva essendo una delle componenti più importanti per la formazione di un individuo socialmente attivo.

Le fasi della sua costruzione sono tre: fase di attitudine all'intraprendenza, fase dell'intraprendenza individuale, fase dell'intraprendenza sociale. L'ultima rappresenta la somma di tutto il percorso formativo ed è fortemente condizionata dai meccanismi della conoscenza e dalla conoscenza stessa, dai processi di sperimentazione e quindi di ricerca personale svolta, ed infine viene a costituire la base prodromica di una esperienza in continua evoluzione, e non fine a se stessa.

L'educazione familiare costituisce la base di ogni presupposto. Questa è la materia che più ci interessa nel momento in cui ci rivolgiamo ad un compito genitoriale/educativo accogliendo un minore. L'educazione familiare ha la prerogativa di non avere termine: nella famiglia si apprende quando si è piccoli e si continua ad apprendere e ad essere formati durante tutto il ciclo di vita. La famiglia rimane luogo dilatato nel tempo in cui anche nel momento in cui la si lascia se ne crea una nuova, ma si porta in eredità pezzi della precedente che saranno continuamente rivisitati per avvalorare scelte (contrarie o assecondanti) e confrontare stili di vita. L'educazione familiare condivide con la scuola la fase di apprendimento e di costruzione dell'intraprendenza a lungo termine e che determina la formazione della personalità e della intelligenza operativa. La meta-formazione è uno strumento largamente indiretto necessario alla costruzione della personalità e dell'intelligenza individuale e sociale di una persona.

Decimo strumento. Fare buon uso del sostegno sociale

Molti autori26 hanno approfondito il ruolo del supporto sociale alla famiglia concordando nel definirlo un metacostrutto distinguibile in un modello ad “effetto diretto” e un modello ad “effetto cuscinetto” (o effetto tampone). Secondo il primo, gli individui che hanno una rete sociale integrata hanno generalmente fonti dirette, multiple e diverse di informazioni e servizi disponibili. Il secondo modello, invece, si caratterizza per il fatto che il soggetto percepisce l'ambiente come fornitore di sostegno e questo lo aiuta a tutelarsi da eventi stressanti.

Certamente il sostegno sociale può avere un effetto diretto sul benessere familiare attraverso la rete amicale, affettiva, informativa; tuttavia, quando nella famiglia la situazione di stress supera una certa soglia, il fruire di supporto esterno è difficile. In questi casi vi è un ripiegamento centripeto della famiglia su se stessa senza che si abbia la forza o la possibilità di individuare sostegni esterni utili alla relazione. Appare chiaro che l'applicazione dei due modelli è conseguente del soggetto che si prende in considerazione.

Fonti

  1. Oggi non si tratta solo di accogliere nella propria casa un bambino e semplicemente nutrirlo, ma significa fornire un bagaglio formativo che lo renda persona adulta inserita nel contesto sociale del suo tempo. Migliorini L., Rania N. (2008), Psicologia sociale delle relazioni familiari, Laterza, Roma-Bari.
  2. Darley J. M. , Glucksberg S., Kinchla R.A. (2005), Fondamenti di psicologia (ed. italiana. a cura di L. Anolli). Il Mulino, Bologna. Mecacci L. (1999), Psicologia moderna e postmoderna. Laterza, Roma–Bari.
  3. Potremmo dire che più che in altre disciplina l'applicazione della psicologia deve passare attraverso la natura dello psicologo che per quanto cerchi di distaccarsi dai casi non riesce a distaccarsi da se stesso. Non vi è alcuna opera colpevole (si spera) ma esiste una tendenza molto forte alla deriva personale con deviazioni talora improprie che avvengono più che altro inconsciamente. Più che in altre professioni la psicologia richiede uno specialista equilibrato e coerente poiché i dati su cui si articolano le deduzioni non si basano sull'analisi strumentale, ma sulla interpretazione dei segni. Per un approfondimento di questo argomento si veda: Darley J. M., Glucksberg S., Kinchla R.A. (2005), Fondamenti di psicologia (ediz. italiana. a cura di L. Anolli), Il Mulino, Bologna; Mecacci L.(1999), Psicologia moderna e postmoderna, Laterza, Roma-Bari; Barbetta P. (2003), Le radici culturali della diagnosi, Meltemi, Roma.
  4. In sequenza si veda: Piaget J. (1993), Il giudizio morale nel fanciullo, Giunti e Barbera, Firenze; Si veda per un riferimento critico dell'opera di Kohlberg: Kuhmerker L., Gielen U., Hayes R. (1995), L' eredità di Kohlberg. Intervento educativo e clinico, Giunti Editore, Firenze. Carey S. (1985), Conceptual change in child hood, MIT Press, Cambridge, Mass. Sulla critica al lavoro di Piaget si veda anche l'opera di Berti A.E., Migliore D. (1994), La formazione nel bambino del dominio concettuale politico, Orientamenti Pedagogici, 41(3): 379-396; Gilligan C. (1993), In a Different Voice: Psychological Theory and Women's Development, Harvard University Press, USA; Gilligan C., Richards D.A.J. (2008), The Deepening Darkness: Patriarchy, Resistance, and Democracy's Future, Cambridge University Press, USA. Questi riferimenti sono utili soprattutto per il confronto tra “moral justice” e “moral of care”. Essi segnano il confine tra l'evoluzione distaccata (maschile) e l'evoluzione partecipata (femminile) della psicologia della famiglia; Staugham R., Wilson J. (1987), Philosophers on education, Macmillan, Basingstoke (GB). Opera utile per formarsi ad una lettura critica (ed ironica) dei presunti dogmi della psicologia.
  5. Questo comportamento è comune a tutti gli Ordini professionali, sebbene negli statuti si parli largamente di etica. Il punto è che non serve un regime di controllo, ma di educazione e questo, come sanno le famiglie accoglienti, richiede tempo ed impegno.
  6. Per l'aneddoto si veda Rodman F. R. (2004), Winnicott. Vita e opere, Cortina, Milano; ma anche: Kanter J. (2004), Face to face with children. The life and work of Clare Winnicott, Karnac Books, London.
  7. Qui pongo una sottolineatura critica che non è generale e non voglio che venga presa per quello che non è: la maggioranza degli psicologi sa molto bene come collocarsi, ma una minoranza ha un senso vago del suo ruolo e della sua responsabilità. Questa minoranza purtroppo fa un danno enorme perché sono ben pochi gli strumenti organizzativi e gestionali che riescono a correggere l'errore comportamentale. In medicina, in una struttura pubblica o privata, l'incapacità comportamentale trova rapidamente dei correttivi.
  8. Facchini C. (a cura di) (2010), Tra impegno e professione. Gli assistenti sociali come soggetti del welfare, Il Mulino, Bologna.
  9. Lazzarini G., Santagati M., Bollani L. (2007), Tra cura degli altri e cura di sé. Percorsi di inclusione lavorativa e sociale delle assistenti familiari, Angeli, Milano.
  10. Rovai B,, Zilianti A. M., (2007), Assistenti sociali professionisti. Metodologia del lavoro sociale, Carocci, Roma.
  11. Dorfman W. I., Hersen M (2001) Understanding Psychological Assessment, Kluwer Academic/Plenum, New York.
  12. Rubini V. (1984), Test e misurazioni psicologiche. Il Mulino, Bologna; Chiappedi M. (2009), Manuale di psicometria applicata, Anfora, Milano.
  13. Axia G., Bonichini S. (a cura di) (2000), La valutazione del bambino: manuale di metodi e strumenti, Carocci, Roma.
  14. Primi C., Chiesi F. (2005), Introduzione alla psicometria, Laterza, Roma-Bari.
  15. I test di Raven o quelli di Cattel permettono di valutare il fattore “g”, generale dell'intelligenza e sono somministrabili indipendentemente dal livello culturale e a tutte le età. McBruney D.H., White T.L. (2008), Metodologia della ricerca in psicologia, Il Mulino, Bologna; Rubini V. (1984), Test e misurazioni psicologiche, Il Mulino, Bologna; Fischetti C: (1996), La psicoanalisi infantile, Newton, Milano.
  16. Ci si riferisce, tra le tante espressioni delle comunicazioni di massa, al digitale terrestre e alle trasmissioni satellitari quali amplificazione della scelta personale, ai forum e ai blog sul web, ma anche a facebook, a youtube, ecc. Per un aggiornamento a più voci si veda la collana Metis, CLEUP, Padova ed in particolare l'ultimo volume pubblicato: Tessarolo M. (a cura di) (2009), Metis, Ricerche di sociologia, psicologia e antropologia della comunicazione. Vol. 16, CLEUP, Padova.
  17. Canevacci M. (1995), Antropologia della comunicazione visuale, Costa & Nolan, Ancona-Milano, p.5.
  18. Winkin, Y.(ed.) (1981), La nouvelle communication, Ed. du Seuil, Paris.
  19. Marazzi C. (1994), Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell'economia e i suoi effetti sulla politica, Casagrande, Bellinzona.
  20. Federici A. (2009), Gli adulti di fronte ai disegni dei bambini. Manuale di interpretazione del disegno per educatori e operatori, 3a ristampa, Angeli, Milano. Questo manuale è una guida di riferimento per l'analisi dei disegni, sia quelli spontanei, sia quelli guidati ormai classici come l'albero, la figura umana, la famiglia.
  21. Quando lo strumento è semplice esige sempre una analisi interpretativa complessa (ad es. una fotografia). Quando, invece, lo strumento produce dati numerici l'interpretazione avviene per devianza dalla norma, quindi è di facile comprensione anche per il grosso pubblico. Vedi le analisi del sangue.
  22. Ianes D., Demo H. (2007), Educare all'affettività. A scuola di emozioni, stati d'animo e sentimenti, Centro Studi Erickson, Trento; Tonelli A. (2003), Politica e amore. Storia dell’educazione ai sentimenti nell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna.
  23. Si pensi agli anni '50 e idealmente ad una situazione di confronto di ideologie tra comunismo e clericalismo così come espressi in modo popolaresco nei film di Don Camillo e Peppone: mentre la visione politica ed ideologica era fortemente divergente tra i due antagonisti, nella realtà quotidiana le loro emozioni e i loro sentimenti erano simili, appunto perché frutto di una radice culturale che invece di dividerli li univa.
  24. Per una sintesi di semplice e chiara efficacia sul funzionamento della mente si veda: Oliverio A. (2001), La mente. Istruzioni per l'uso. BUR, Milano.
  25. Guilford J.P. (1950), Creativity, American Psychologist, 5, pp. 444-445; De Bono E. (1998), Creatività e pensiero laterale. Manuale di pratica della fantasia, trad. it. BUR, Milano.
  26. Fornari S. (a cura di) (2009), Essere o fare famiglia. La famiglia come istituzione sociale plurale, UTET, Torino; Fusi S.M.L. (2010), Minori, famiglia, comunità: una relazione complessa. Dall'analisi del contesto agli strumenti operativi. Angeli, Milano; Migliorini L., Rania N. (2008), Psicologia sociale delle relazioni familiari, Laterza, Roma-Bari.

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Nasce a Bari–Palese nel giugno 1984 e nei diversi anni di attività ha sviluppato nell’ambito dei territori d’intervento, una rete socio–assistenziale ed educativa territoriale, sia con ...
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